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03 ottobre

la Samaritana

 
14 settembre

CELEBRARE L’EUCARISTIA È OLTREPASSARE LA «SOGLIA»

 

CELEBRARE L’EUCARISTIA È OLTREPASSARE LA «SOGLIA»


L’Eucaristia ci congiunge con tutti gli uomini che ci hanno preceduto nella morte.

Noi partecipiamo alla liturgia celeste, che dall’eternità viene celebrata davanti a Dio e ci immergiamo nell’eterno inno di lode degli angeli.

Il cielo si schiude e ci fa gettare uno sguardo in un altro mondo, nel mondo che sta oltre la morte.

Nell’Eucaristia oltrepassiamo già ora la soglia della morte e siamo partecipi di quegli uomini che vivono oltre questa soglia.

 I morti non sono semplicemente scomparsi dal mondo, ma sono accanto a Dio. E il banchetto funebre dell’Eucaristia

 ci dona anche la comunione con loro; così la nostra vita oltrepassa gli stretti confini della nostra biografia personale.

Noi facciamo parte dei santi che celebrano assieme a noi la redenzione in Cristo,

ed entriamo in relazione con tutti i morti che abbiamo conosciuto.

Nell’Eucaristia varchiamo i confini della nostra esistenza terrena e partecipiamo alla vita di coloro che sono perfetti.

Lo spazio, in cui celebriamo l’Eucaristia, è totalmente abitato da tutti i morti che abbiamo conosciuto.

La comunione con i morti esige tuttavia che non li tratteniamo nel nostro ricordo ma li lasciamo in pace con Dio.

Essi c’incontrano nell’Eucaristia come coloro che hanno conosciuto la verità della propria vita e ora ci indicano

che cosa intendevano realmente fare di essa.

Nella comunione con i morti che ora hanno la propria dimora in Dio, la patria eterna s’introduce nel nostro esilio.

Ciò ci libera dalla paura di morire e ci rende familiare il mondo che sta oltre la morte.

 Solo quando la nostra vita s’introduce nello spazio che sta oltre la soglia della morte, essa ha raggiunto la sua interezza;

solo allora ha superato la protezione che la morte le ha concesso, solo allora è diventata una vita che è per sempre salva in Dio.



ANSELM GRUN in Eucaristia rito che trasforma, Messaggero 2004, pp. 84

 
30 marzo

Sui cornicioni

 
 
Sui cornicioni
ovvero
La metafora della conversione permanente
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E' difficile rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni,
sottoporci alla conversione permanente.
Amiamo pagare una volta per tutte.
Preferiamo correre soltanto per un tratto di strada.
Ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo
nel ristagno delle nostre abitudini, dei nostri comodi.
E diventiamo borghesi.
Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci alla costanza
di una revisione critica ci sgomenta. Affrontare il rischio di una
itineranza faticosa ci rattrista.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama a lasciare il
sedentarismo comodo dei nostri parcheggi, per metterci
sulla strada subendone i pericoli.
Ci obbliga a pagare, senza comodità forfettarie, il prezzo
delle piccole numerosissime rate di un impegno duro,
scomodo , ma rinnovatore.
Antonino Bello

16 febbraio

MEMORIA E MEMORIALE

 

 

 

 

 

Antonino Bello

 

               

Ragazza_mare

MEMORIA E MEMORIALE

 

Gesù non è una formula da imparare. Di Lui non va fatta solo memoria ma anche memoriale.

Memoria è la discesa della nostra mente fino a raggiungere le realtà passate : noi rimaniamo dove siamo e andiamo con la mente a raggiungere i fatti del passato. Memoriale, invece, è l'inversione delle cose : è la salita degli avvenimenti fino a noi, al punto che l'acqua che sale ci coinvolge e " naufragare ci è dolce in questo mare".

                                                                         

 

            

18 gennaio

Dal cratere di una granata.

 

 

Dal cratere di una granata.
 
 
Ascolta Dio! Nella mia vita
non ho mai parlato con te:
fin da piccolo
mi hanno detto che tu non esisti
e io, stupido, ci ho creduto.
Non ho mai contemplato le tue opere.
Ma questa notte,
dal cratere di una granata,
ho guardato il cielo stellato
sopra di me.
Affascinato dal loro scintillare,
a un tratto ho capito l'inganno.
Non so, o Dio, se mi darai la tua mano,
ma io ti parlerò e tu mi capirai.
In mezzo a questo spaventoso inferno
mi è apparsa la luce e io ho scorto te!
Sono felice solo perchè
ti ho conosciuto.
A mezzanotte dobbiamo attaccare,
ma non ho paura perchè tu mi guardi.
E' il segnale! Me ne devo andare.
Può darsi che questa notte
venga a bussare da te.
Anche se finora
non sono stato tuo amico,
quando verrò,
mi permetterai di entrare?
Ora la morte non mi fa più paura.
 

 
Preghiera scritta su un ritaglio di carta trovato
nella giubba di AleKsander Zacepa, un soldato russo
morto sotto una granata durante l'ultimo conflitto mondiale.
 

 

16 giugno

appuntamento presso Dio

 

 

Che bella cosa pregare l'uno per l'altro, darsi appuntamento presso il buon Dio,

dove non esiste più nè distanza nè separazione.

Beata Elisabetta della Trinità

29 maggio

Infame calunnia via Internet

Ai danni della Chiesa e di Ratzinger

Infame calunnia via Internet

Andrea Galli

Ognuno, evidentemente, si consola come vuole. O, meglio, come può. Così stupisce solo in parte che dinanzi alla vitalità cattolica documentata sabato scorso in Piazza San Giovanni, ci sia chi trovi benefico sfogo a rovistare nel bidone della spazzatura alla ricerca di qualche lisca di pesce o di qualche uovo in decomposizione. Confidando magari che qualche organo di informazione, più o meno clandestino, non faccia troppo lo schizzinoso, e rilanci generosamente il tutto, offrendo al proprio pubblico come sicuro il cibo ampiamente avariato.
Ci riferiamo ad un documentario su preti cattolici e abusi sessuali che, mandato in onda dalla Bbc nel 2006, viene oggi sottotitolato in italiano da Bispensiero, sito di amici siciliani di Beppe Grillo, e caricato su Video Google, dove pare abbia un certo successo. A proposito di bocche buone. Si tratta di un pot-pourri di affermazioni e pseudo-testimonianze che furono apertamente sconfessate a suo tempo dalla Conferenza episcopale inglese, la quale invitò l'augusta Bbc a "vergognarsi per lo standard giornalistico usato nell'attaccare senza motivo Benedetto XVI".
Il pezzo forte del servizio infatti consisteva (e ancora consiste) nell'accusa rivolta a Joseph Ratzinger di essere stato niente meno che il responsabile massimo della copertura di crimini pedofili commessi da sacerdoti in varie parti del globo, in quanto "garante" per 20 anni - da quando fu nominato prefetto vaticano - del testo Crimen sollicitationis, che è un'istruzione emanata in realtà dal Sant'Uffizio il 16 marzo 1962. Da notare la data: nel 1962 infatti Joseph Ratzinger non era certo prefetto della futura Congregazione per la dottrina della fede, essendo in quel tempo ancora teologo molto impegnato nella sua Germania.
C'è da dire che quel documento veniva presentato dalla Bbc come un marchingegno furbesco, escogitato dal Vaticano per coprire reati di pedofilia, quando invece si trattava di un'impor tante istruzione atta ad «istruire» i casi canonici e portare alla riduzione allo stato laicale i presbiteri coinvolti in nefandezze pedofile. In particolare, trattava delle violazioni del sacramento della confessione. Da notare che l'Istruzione richiedeva il segreto del procedimento canonico per permettere ad eventuali testimoni di farsi avanti liberamente, sapendo che le loro deposizioni sarebbero state confidenziali e non esposte a pubblicità. E di conseguenza anche la parte accusata non vedesse infamato il proprio nome prima della sentenza definitiva.
Insomma, un insieme di norme rigorose, che nulla aveva a che fare con la volontà di insabbiare potenziali scandali. E che il testo Crimen Sollicitationis non fosse pensato per tale fine lo dimostrava un paragrafo, il quindicesimo, che obbligava chiunque fosse a conoscenza di un uso del confessionale per abusi sessuali a denunciare il tutto, pena la scomunica. Misura che semmai dà l'idea della serietà del documento e di coloro che lo formularono, se si pensa che in base alla legge italiana il privato cittadino (tale è anche il vescovo e chi è investito di autorità ecclesiastica) è tenuto a denunciare solo i crimini contro l'autorità dello Stato, per i quali infatti è prevista la pena dell'ergastolo.
Senza contare che Joseph Ratzinger, più tardi diventato sì prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, avrebbe firmato - ma siamo nel maggio 2001 - una Lettera ai Vescovi e altri Ordinari e Gerarchi della Chiesa Cattolica, pubblicata anche negli Acta Apostolicae Sedis, dove si prevede espressamente che "il delitto contro il sesto precetto del Decalogo, commesso da un chierico contro un minore di diciotto anni", sia di competenza diretta della Congregazione stessa. Segno, per chi abbia un minimo di buon senso giuridico, della volontà romana non certo di occultare, ma di dare piuttosto il massimo rilievo a certi reati, riservandone il giudizio non a realtà "locali", potenzia lmente condizionabili, ma ad uno dei massimi organi della Santa Sede.
Questa, e non altra, è stata la posizione della Chiesa cattolica sui reati ad essa interni di pedofilia. Questa, e non altra, la limpida testimonianza del nostro Papa che in tempi non sospetti si scagliò contro la sporcizia nella Chiesa.
I calunniatori dovrebbero chinare il capo e chiedere scusa.

FONTE

18 maggio

Il complesso dell'ostrica e L'uomo razionale

L'uomo razionale 

Dio fece la creatura razionale affinchè conoscesse il Sommo Bene,

conoscendolo lo amasse; amandolo lo possedesse ; possedendolo ne gioisse.

S.Agostino

 

 

Il complesso dell'ostrica

ovvero

la metafora della resistenza al cambiamento

 

Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze. Alle lusinghe gratificanti del passato.
Ci piace la tana. Ci attira l'intimità del nido. Ci terrorizza l'idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele
di avventurarci in mare aperto. Se non la palude ci piace lo stagno.
Di qui la ripetizione per la ripetitività, l'atrofia per l'avventura, il calo di fantasia.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci
Don Tonino Bello

 

 
 
 
 

Relativismo

 

 

 
Tema
 
 
“Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura il proprio io e le sue voglie”.
Il 18 aprile del 2005 l’allora ancora cardinale Joseph Ratzinger nella messa pro eligendo pontefice aveva denunciato una grande realtà, quella del relativismo. E che se ne parli o meno il relativismo oggi giorno è diventata una gran bella moda. Si è infatti andata a riprendere la vecchia idea protagonista che “l’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono e di quelle che non sono per ciò che non sono” per riadattarla ed usarla a proprio piacimento, trasformandola in una teoria della libertà individualistica ovvero “faccio ciò che più ritengo giusto per me”. Non lasciamoci ingannare! Infatti non è una pura scelta non è una pura scelta stilistica in modo che tutti ci si possano rispecchiare ma egoistica, non è un “per me” riferito alla società ma alla propria e singola persona senza considerare ciò che gli sta intorno partendo dalla natura per finire agli esseri umani. Il relativismo moderno quindi è doppiamente subdolo in quanto egoistico ed ipocrita al tempo stesso. E’ ipocrita perché si nasconde dietro affermazioni che ad una prima occhiata superficiale possono sembrare giuste e leali ma che dopo una minuziosa lettura e dopo aver cancellato tutte quelle belle parole di cui si ricopre, si arriva alla pura verità: un’ideologia basata sul proprio io senza rispetto degli altri. Ed è proprio in questa realtà che fa male la figura di Gesù, un povero “Cristo” che si è sacrificato per il bene dell’umanità portando come valori basilari il bene e il rispetto per gli altri, l’esatto contrario dei valori relativistici. Come affrontare allora questo nuovo scoglio? Come difendersi da questo continuo bombardamento di domande? L’agnosticismo è ciò che di più immediato sembra rispondere a questa improvvisa valanga “di però e di ma” che si imperversa a distruggere tutto ciò affermato ipocritamente. Infatti colui che sta meglio sta sempre nel mezzo e quindi perché non stare anche questa volta al centro? E’ tanto bello non prendere decisioni fare come Ponzio Pilato non essere né atei e né religiosi. Anzi a volte addirittura si dice di essere credenti per non essere accusati di superficialità. Ma attenzione, e questo è il terzo e ultimo avvertimento, la verità prima o poi bussa alla porta e con un soffio sfalderà tutti questi castelli di carte e non sarà opera del caso ma la verità è la nostra coscienza, è il bisogno di valori fondamentali che ci proteggono quando la parte del più forte non la recitiamo più noi bensì ci viene affidata quella del più debole e allora si che avremmo bisogno di valori seri e comunitari dove ciò che conta non sono più io ma gli altri e tutto cambierà. Si crederà di più nei valori della vita, dell’amore, dell’amicizia, dell’onestà e di tutti gli altri che hanno alla base la fratellanza. E sarà proprio in questi momenti che ci vorremmo aggrappare a delle solide fondamenta che prima avevamo sempre voluto ignorare. Vorremmo trovare dei punti fissi in questo caos universale dove anche le stelle in perenne movimento a volte ci appaiono fisse.
 
Barbara  IIIC
17 maggio

...parliamo di ansietà . di angoscia

(www.cantalleluia.net )
 
… parliamo di ansieta’, di angoscia.


Si tratta di uno stato penoso dell’animo, un vivo dolore, così diffuso in questo tempo cosi’ carico di problemi di ogni genere, caratterizzato dall’attesa di un pericolo indeterminato, grave e minaccioso, contro il quale ci si trova in condizioni di totale impotenza a sottrarvisi.
E’ una reazione emotiva che insorge come conseguenza della percezione di un pericolo esterno come pure proveniente dal nostro mondo interiore.
Nel comportamento dell’individuo l’ansieta’ si manifesta non solo con paura, inquietudine, continuo senso di disagio, ma anche con indecisione.
 L’ansioso intravede pericoli in ogni situazione ed e’ incapace di prendere una decisione: quando ne prendera’ una, lo fara’ in modo impulsivo e maldestro. In tal senso l’ansioso si puo’ considerare l’opposto dell’uomo di azione.
Dobbiamo ora riconoscere che nessuno e’ completamente esente dal fare esperienza di uno stato di intensa preoccupazione, dal momento che di tratta di una caratteristica della condizione umana ed e’ propria dell’essere che non e’ ancora perfetto. Ma e’ assolutamente necessario individuarne un possibile superamento attraverso una graduale, progressiva, continua liberazione.
Che cosa ci suggerisce l’esperienza cristiana?
Sono ben note le voci dell’angoscia in alcuni grandi testimoni della fede: San Paolo e Sant’Agostino.
San Paolo ci offre le piu’ impressionanti forme di inquietudine: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio…. Sappiamo bene che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi…; essa non e’ la sola ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm 8, 19-23).
Di Sant’Agostino ricordiamo il grido di angoscia e di preghiera: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore e’ inquieto finche’ non riposa in Te!”.
Entro certi limiti l’ansieta’ e’ una tensione cosciente dello spirito travagliato dal limite che penetra dentro l’essere stesso e dal desiderio di una liberazione, di un superamento: e’ un risveglio dell’anelito alla liberta’, cioe’ alla salvezza.
Il credente ha un’obiettivo vitale da raggiungere, conosce la verita’, ma non per questo puo’ gia’ sperimentare l’impassibilita’.
La fede e’ una certezza che lascia intatto il dramma dell’incertezza: la fragilita’ umana non ci permette di essere certi che non peccheremo, di evitare che la tentazione dell’egoismo possa in qualunque momento sopraffare generosita’ e amore, che una particolare sofferenza ci raggiunga inaspettata e improvvisa….
Tutti dobbiamo faticare, proprio nell’impegno costante per la realizzazione della propria personale liberta’, ma sempre c’e’ il pericolo del fallimento, come nello stesso tempo sperimentiamo una inquietudine non disgiunta dalla speranza.
A questo punto possiamo affermare che proprio la fede e la speranza portano, nonostante questo stato ansioso esistenziale, a riconoscere la Presenza al nostro fianco di un Dio Misericordioso che si prende cura di ciascuno dei suoi figli.
Cosi’ l’angoscia che inevitabilmente sperimentiamo non e’ assolutamente collegata alla disperazione di scelte che vengono constatate come inutili e demolitrici. E’ qui che si fa strada la fiducia dinamica e coraggiosa.
Il compito della fede e’ quello di “evidenziare una Presenza” che ci permette di placare la pena del continuo errare all’interno della nostra interiorità, perche’ anche se non siamo ancora stabilmente immersi nella Luce che ci attrae irresistibilmente, tuttavia cogliamo sufficienti manifestazioni di essa come un aiuto provvidenziale “dall’alto” per il compimento del nostro cammino verso la Vita.
Non dobbiamo pertanto illuderci di poter eliminare completamente manifestazioni di angoscia, ansieta’, ma nello stesso tempo possiamo darci da fare perche’ non diventino una condizione stabile, che sarebbe una vera e propria malattia psicofisica.
Momenti passeggeri invece, collegati a esperienze particolarmente dolorose, rientrano nella normalita’ della nostra fragile e precaria condizione umana.
“Gesu’, presi con se Pietro e i due figli di Zebedeo, comincio’ a provare tristezza e angoscia. Disse loro: La mia anima e’ triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”.  (Mt 26, 37-38)
Questo ha provato Gesu’ nell’orto degli ulivi, al Getzemani, nel momento immediatamente precedente la sua passione.
E sappiamo che Gesu’ ha condiviso pienamente la debolezza della nostra condizione umana, soffrendo da vero uomo.
Dobbiamo dunque preoccuparci davvero solo quando sperimentiamo “con continuita’ ” uno stato di depressione morale, per cui tutto appare privo di interesse, e che porta abitualmente la mente a fissarsi in cose tristi: in questi casi e’ assolutamente necessaria una cura medica.
Ma, in ogni caso, dobbiamo reagire, per quanto possiamo, facendo leva sulle nostre risorse “interiori”, per far fronte ai colpi della vita: l’ereditarieta’, l’ambiente, la scomparsa di una persona cara, una delusione affettiva, un dissesto economico, un insuccesso nel lavoro, una sconfitta nello sforzo morale, e ora anche la guerra.
Proprio quando siamo sotto pressione abbiamo bisogno di parole di speranza che risveglino in noi il gusto della vita nonostante tutto; per il credente la preghiera, la pratica dell’umilta’, che ci fa constatare con sincerita’ la nostra debolezza e aiuta a sopportare noi stessi, apertura e confidenza con il confessore, tutto questo rafforza la virtu’ teologale dalla speranza e ci ricorda che “…le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che ci attende”. (Rm 8,4)
Questo e’ il mondo della speranza cristiana, che infonde gioia fiduciosa anche nel dolore di una esistenza incupita da drammatiche vicende, e che da’ forza per resistere alle sue estreme conseguenze.
Abbiamo assolutamente bisogno di riscoprire la solidarieta’:
alla partecipazione delle sofferenze altrui Dio annette un premio particolare: un profondo radicale rinnovamento si operera’ nell’anima dell’uomo misericordioso.
 “Se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi e’ digiuno, allora brillera’ tra le tenebre la tua luce, la tua oscurita’ sara’ come il meriggio. Ti guidera’ sempre il Signore, ti saziera’ in terreni aridi, rinvigorira’ le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono” (Is 58, 10-11)
A sua volta Gesu’, per farci intendere quanto gli stiano a cuore le opere di misericordia verso tutti coloro che sono in difficolta’, non ha dubitato di identificarsi con essi. “Tutte le volte che avremo curato una piaga, avremo asciugato una lacrima, avremo curato, consolato Lui stesso”. (cf. Mt 25, 35-40)
 
                          “Solo la speranza che avvolge la fede puo’ permettere
                     alla specie umana di superare lo scoglio della nostra civilta’.
             E’ arrivato il momento in cui l’umanita’ dovra’, se vuole sopravvivere, scegliere:
                              il mistero o l’assurdo; l’essere o il nulla.
                            Io ho scelto l’essere e la speranza invincibile.
                          La speranza cristiana e’ l’attesa della beatitudine,
                      la fede nella parola di Cristo: Dio e Amore ! (Jean Guitton) 
16 luglio

Bellissima Omelia

Commento al Vangelo di oggi
VANGELO Mc 6, 7-13
Don Paolo Curtaz
da (Ti racconto la Parola)
OMELIA
Stupisce e scandalizza la banalità del Regno che Gesù proclama, inascoltato, nella sinagoga della piccola Nazareth. Diamine, i profeti non dovrebbero essere più austeri? Più carismatici?
Gesù non assomiglia affatto ad uno dei profeti, le sue mani sono troppo odorose di resina e dure di calli come i nodi del legno che ha trasformato in sgabello, perché traccino nell’aria le parole dette in nome di Dio!
Allora come oggi, non c’è nulla di più difficile di parlare di Cristo ai cristiani, nulla di più faticoso che annunciare il Vangelo a noi cattolici, spesso asfaltati dalla più terribile delle abitudine, la più tragica delle tentazioni: credere di credere.
Abbiamo bisogno (urgente) di profeti e di profezia, di parole che rompano il mare di ghiaccio che soffoca la nostra anima, che liberino la luce nascosta sotto il moggio.
Persone come Ezechiele, come Paolo, che non si scandalizzano della propria evidente fragilità, ma che mettono la propria vita e la propria autenticità a servizio dell’annuncio.
No, non mi capacito proprio del fatto che Gesù abbia affidato il tesoro suo Vangelo alle nostre mani, come un tesoro nascosto in vasi creta.
Che volete? Così è Dio.
Lo stile di Dio
Una cosa mi ha sempre stupito e, quando non ero credente, scandalizzato: perché Gesù ha coinvolto i suoi discepoli per annunciare il Vangelo, perché ha voluto correre il rischio di rendere poco credibile il suo messaggio attraverso il limite e la povertà dei suoi testimoni?
Non sarebbe stato più efficace un suo diretto intervento nell’annuncio? Che so, un modo particolare per dimorare in mezzo a noi?
E invece no: come accadde al simpatico profeta della prima lettura, Dio ha preso dei pastori (nell’accezione ebraica dei “vaccari”) come Amos per annunciare il suo Regno.
Povera gente, proprio come siamo noi.
Condizioni: comunione
Marco pone delle condizioni all’annuncio, una sintesi per ricordare ai discepoli con quale stile sono chiamati ad annunciare il Regno.
I discepoli vengono mandati ad annunciare il Regno a due a due.
Non esistono navigatori solitari tra i credenti, tutta la credibilità dell’annuncio si gioca nella sfida del poter costruire comunità.
Parlare della comunità in termini astratti è bello e poetico. Vivere nella mia comunità, con quel membro del gruppo, con quel viceparroco, con quel cantore, è un altro affare.
Non ci sentiremmo forse più a nostro agio da soli o, al limite, in compagnia di qualcuno a noi affine?
Gesù ci tiene alla scommessa della convivenza, fatta per amore al Vangelo.
Al di sopra delle simpatie e dei caratteri, Gesù ci invita ad andare all’essenziale, a non fermarci alle sensazioni di pelle, a credere che la testimonianza della comunione, nonostante noi, può davvero spalancare i cuori.
La Chiesa non è il club dei bravi ragazzi, non ci siamo scelti, Gesù ci ha scelto per avere potere sugli spiriti immondi.
La Parola che professiamo e viviamo caccia la mondezza dai cuori, la parte tenebrosa che ci abita.
Essenzialità
Gesù chiede ai suoi di essere essenziali: la Chiesa non è un’azienda che studia strategie di marketing adatte ai bisogni del mercato, non una holding del sacro che tenta di mantenere il potere (quale?), la Chiesa vive in relazione e in funzione del suo Maestro e Signore, attenta a occuparsi del compito affidatole: costruire il Regno in attesa del ritorno del Risorto.
L’organizzazione che si è venuta a creare in questi secoli è funzionale all’annuncio del Regno e tale deve restare.
Affrontare la Chiesa con logica e sguardo mondano uccide lo Spirito: è giusto ripensare  la freschezza del linguaggio e tutto ciò che è utile all’annuncio, stando però attenti a non lasciarci soffocare dalla logica dell’organizzazione e della conservazione.
Il cristianesimo porta in sé una scandalosa fragilità (poiché i cristiani sono fragili) che può spalancare i cuori perché testimonianza della grandezza di Dio.
Dimorare
L’ultima indicazione riguarda il rimanere, il condividere.
Il cristiano non è qualcuno di appartato, di particolare, vive le stesse gioie e gli stessi dolori di ogni uomo, solo è abitato nel cuore da una speranza incorruttibile.
Il cristiano è anzitutto uomo e di un’umanità piena e dirompente, irrequieta e profonda, come ci ha insegnato la storia (anche se non sempre, a dire il vero). Gesù chiede di stare, di vivere con, di appartenere a questo mondo, fecondandolo e facendolo crescere come fa il lievito con la pasta.
Ci è affidato il Regno, ci è consegnato l’annuncio: lasciamolo emergere nelle nostre comunità, nei nostri movimenti, nelle nostre associazioni, interroghiamoci con semplicità su quanto il Signore ci chiede di vivere.
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fonte
13 giugno

☻☻♥☺☺

 
 
 
 
 
Il Cielo di Dio
non è sulle nuvole
ma è dentro di noi,
in cima agli intenti
più puri del cuore.
 
Non ardue scalate
richiede la sua 
Eterna conquista,
ma il farsi bambini
sul petto di Dio.
 
Il Cielo di Dio
è festa nel cuore
che s' apre all' Amore
del Figlio dal Padre
a tutti donato
 
Don Donato Coco(Monsignore)  
 
 
 
 
10 maggio

codice da Vinci

 

Intervista a Lucetta Scaraffia
«Codice Da Vinci», diritto all’obiezione

di ANDREA A. GALLI

Una campagna globale per un prodotto di cassetta che ne cavalca un altro, cercando di lucrare nella zona grigia tra realtà e fiction, rudimenti di catechismo e incultura religiosa, credulità di alcuni e superficialità di altri. Il risultato è «Il Codice Da Vinci» che da best seller si sta per trasformare (il 19 maggio) in film-fenomeno. Con il dettaglio che protagonista involontaria dell’uno e dell’altro è la Chiesa, oggetto di autentica diffamazione e vittima di un formidabile oscuramento della realtà. Come fa notare un’osservatrice laica quale Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma.

Professoressa, vale la pena prendere sul serio il «Codice Da Vinci», che in fondo è solo "fiction"?
«Direi di sì, perché la maggiorparte della gente oggi non legge i Vangeli, se non nell’età del catechismo e dimenticandoseli poco dopo. Legge per lo più romanzi e guarda film. E "Il Codice Da Vinci" è insidioso proprio perché è un romanzo e – ancora peggio – un film».

Qual è l’insidia?

«Quella di deligittimare la Chiesa come depositaria dell’autentica tradizione cristiana. In sostanza il libro dice che la Chiesa mente, inganna i credenti, sferrando così un durissimo attacco alla sua credibilità. E questo, anche se in forma narrativa, ha un forte impatto sul pubblico. Se non altro instilla dubbi. Anche se uno non crede completamente a quello che dice Dan Brown, è preso dal sospetto che qualcosa di vero in fondo ci sia».

Le potrebbero rispondere: ci sono anche lettori non credenti...
«Certo, ma l’insidia vale anche per loro. I non credenti che hanno pregiudizi nei confronti della Chiesa vengono riconfermati, su basi fasulle, nella loro sospettosità o indifferenza. Vengono dissuasi da un confronto serio con la fede cattolica».

Il «Codice Da Vinci» sembra un fiammifero acceso caduto su un lago di benzina. Qual è la benzina?
«"Angeli e Demoni", il romanzo precedente di Dan Brown, mi sembrava migliore dal punto di vista giallistico. Ma è "Il Codice Da Vinci" che ha avuto un successo clamoroso. Perché? Penso che il motivo fondamentale sia il sesso. Il libro pretende di denigrare una Chiesa che ribadisce fermezza sul sesso fuori dal matrimonio e che conferma il celibato dei sacerdoti, rivelando che Gesù era sposato e aveva avuti dei figli. Oggi la battaglia più dura contro la Chiesa riguarda le sue posizioni sull’etica sessuale. Una battaglia che ha tantissimi aspetti, dai contraccettivi al matrimonio fra omosessuali, alla fecondazione assistita. Il libro cavalca questo tipo di attacco».

Non c’è dell’altro?
«Sì, ma anche parlandone in giro è facile accorgersi che il concetto più assimilato è questo: Gesù era sposato e ha avuto figli. È la cosa che resta più impressa. Anche il riferimento all’identità femminile di Dio è una strizzatina d’occhio a quel femminismo che, assieme al movimento New Age, ha ripreso il tema della Grande Dea, della Grande Madre. Dove la sessualità gioca un ruolo fondamentale».

Dal Vangelo di Giuda al «Codice Da Vinci». È come se si fosse tornati al clima che respirarono Tertulliano o Sant’Ireneo. Come mai?
«Il cristianesimo nei Paesi occidentali si trova in una situazione abbastanza simile a quella dei suoi inizi. In un mondo globalizzato e secolarizzato i cristiani sono una minoranza che si distingue anche per proporre un’etica diversa – proprio come accadeva duemila anni fa – e per difendere una trasmissione della tradizione attraverso l’autorità. Cosa, quest’ultima, inconcepibile per la nostra società, dove obbedire a un’autorità viene considerata un’umiliazione dell’individuo e della sua libertà».

Tenere la Chiesa sotto schiaffo sembra ormai una cosa ovvia. Perché?
«Perché la Chiesa cattolica è l’unica che ha mantenuto intatto il deposito della tradizione apostolica, quindi è il nemico maggiore: nemico cioè di una società, come la nostra, che con la secolarizzazione vuole negare la sua identità cristiana. La Chiesa cattolica è poi l’unica istituzione di peso mondiale che avanza critiche forti a certe derive individualistiche della modernità. Ma la Chiesa non è un avversario della modernità: è una voce critica dei suoi aspetti devianti».

Condivide la proposta di non andare a vedere il film, avanzata pochi giorni fa dal segretario della Congregazione per la dottrina della fede monsignor Angelo Amato?
«La Chiesa non impedisce la pubblicazione del libro, né l’uscita del film, perché rispetta le libertà altrui. Rivendica giustamente il diritto di combattere una mistificazione a suo danno in tutti i modi possibili, che vanno dal disertare le sale dove il film è proiettato allo spiegare alla gente la verità. Non reagire, aspettare immobili che si diffondano calunnie e insulti mi sembrerebbe eccessivo. La libertà si può giocare non andando a vedere il film e invitando la gente a fare altrettanto, dal momento che diffonde calunnie e cose storicamente inattendibili facendole passare per vere».

Anche lei per il boicottaggio quindi.
«Sì, un boicottaggio in grado di coinvolgere tutti i cattolici, riportando responsabilità culturale nella "base". Ovviamente deve essere un’iniziativa accompagnata da un’opera di informazione, da dibattiti e incontri divulgativi, altrimenti resta fine a se stessa».

 

http://www.avvenireonline.it/shared/codicedavinci/index.html

09 maggio

IL PECCATO PIU' GRANDE

 
IL PECCATO PIU' GRANDE
 
Spesso mi ha terrorizzato una domanda: " qual'è il peccato più grande?" L'ho chiesto ad altri. L'ho cercato nella Sacra Scrittura. Ed in tempi diversi ho trovato diverse risposte. Adesso mi sembra di aver trovato la risposta esatta! Cioè tutto ciò che è nell'oscurità è solo il risultato di qualche altra cosa. E la causa di quel qualcosa è sempre più grave e più pericolosa del semplice risultato. Inoltre non possiamo eliminare il risultato se non annulliamo la causa. In concreto , ecco cosa voglio dire : Tutti i peccati possibili sono il risultato della mancanza di amore. E tutti i problemi possibili sono solo derivati dall'assenza di amore...
Quando non c'è l'amore, tutte le porte sono aperte al male. Tutte le guerre, tutti gli scontri familiari, tra gli individui, tutte le mancanze, le ingiustizie, gli assassini, gli aborti: tutto è esito diretto della mancanza di amore per la vita e per lìAnimatore della vita, il Creatore di tutte le cose! Ciò significa: la mancanza d'amore è il peccato pù grande. L'odio non è così pericoloso come la mancanza d'amore. Perchè può anche capitare che per un momento l'odio prenda il sopravvento, ma se c'è l'amore: esso può rimettere a posto le cose e donare salvezza...
Se vogliamo proporre un paragone, possiamo dire così: è più pericoloso non avere luce, che non sviluppare un sistema di illuminazione ( anche se per un attimo si potrà rimanere al buio e perdere talvolta la strada).
 
 
P.S.Barbaric
25 marzo

In Cerca del Dio vivente

 
 
 
 
 
 
In Cerca del Dio Vivente
 

La fede e l'annuncio del Dio vivente incontrano, nel mondo d'oggi, un ostacolo culturale così diffuso e radicato da renderlo, in alcuni casi, impossibile in partenza, se esso non viene messo a nudo e, per quanto è possibile, rimosso. Si tratta di un ragionamento che seduce per la sua estrema semplicità, dando l'impressione di chiarire di colpo tutto: "Non è Dio che ha fatto l'uomo a sua immagine, ma è l'uomo che si è fatto un Dio a sua immagine...Quando adora Dio, l'uomo adora, senza saperlo, se stesso e più adora Dio più adora se stesso".

L'operazione è legata in particolare a tre grandi nomi della cultura degli ultimi due secoli: Feuerbach, Marx, Freud. Per Feuerbach l'essere divino è l'essenza dell'uomo, purificata e liberata dai limiti degli uomini singoli, contemplata e venerata come fosse un'essenza distinta da lui. "L'uomo oggettiva nella religione la sua propria essenza segreta, rispecchiandosi in un ente che è il suo profondo essere".

In altre parole, non è Dio che ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, come dice la Bibbia, ma è l'uomo che ha creato Dio come un'immagine distaccata e fantastica di se stesso. "La fede in Dio non è altro che la fede nella dignità umana".

L'uomo attribuisce a Dio quello che di meglio ha in sé. Perciò più perfezione si conferisce a Dio, più se ne toglie all'uomo; più si arricchisce Dio, più si impoverisce l'uomo. "Solo l'uomo povero ha un Dio ricco. Dio corrisponde al sentimento di un bisogno" [1] .

Il nome di Feuerbach in tedesco significa "torrente di fuoco". Se si vuole arrivare alla verità - ha detto Marx - bisogna passare ormai attraverso questo torrente di fuoco [2] . Esso è "il purgatorio del pensiero moderno". È stato lo stesso Carlo Marx a dare a questa brillante operazione il successo che ha avuto, facendone la base teorica del suo ateismo scientifico. Ma, vedremo, con uno spostamento di accento. Per Feuerbach Dio è primariamente la proiezione dell'essenza dell'uomo, di ciò che l'uomo è, delle sue perfezioni, e solo secondariamente della sua povertà e del suo vuoto. Dunque è un'illusione, ma, a suo modo, piena, perché ricca di un contenuto positivo. Per Marx, Dio è una proiezione, non tanto dell'essenza positiva dell'uomo, quanto dei suoi bisogni inappagati; non di ciò che ha, quanto di ciò di cui manca, soprattutto dei suoi bisogni economici. “La religione -scrive- è il gemito della creatura oppressa, l’animo di un mondo senza cuore...Essa è l’oppio per il popolo...

La religione non è che un sole illusorio, che si muove attorno all’uomo finché questi non giunge a muoversi intorno a se stesso” [3] .  Dio è dunque proiezione illusoria non di una pienezza di umanità, ma di una mancanza, di un vuoto. Doppiamente quindi negativa. Dio non è che "la direzione verso cui l'uomo lancia il suo grido". La stessa teoria assume, con Freud, una colorazione nuova, non più socioeconomica, ma psicologica, senza cambiare tuttavia nella sostanza. La religione, Dio, è una "illusione"; è la proiezione del bisogno inconscio di protezione paterna e materna che la persona umana conserva, una volta uscita d'infanzia. "La radice della necessità della religione - ha scritto - è nel complesso parentale.

Un Dio giusto e onnipotente è la sublimazione grandiosa del padre e della madre" [4] . Ancora dunque qualcosa di doppiamente negativo: proiezione non di una realtà, ma di un bisogno e di un vuoto.È incalcolabile l'influsso che questa tesi continua ad avere sull'uomo occidentale di media cultura. Questa è, in genere, l'idea di Dio e della religione che è data come presupposto pacifico e dimostrato quando si parla di questo tema nelle cosiddette "riviste di attualità e cultura" che costituiscono il veicolo più formidabile di questo tipo di divulgazione culturale secolare. Questo è il sospetto che trattiene molti dal credere, o almeno dal proclamarsi apertamente credenti, quando sono in società.

Questi tre autori sono stati a ragione definiti “i maestri del sospetto” Quando si cerca infatti di stringere e andare al nocciolo delle loro argomentazioni, si costata che tutto ciò che resta in piedi di esse non è una prova contro l'esistenza di Dio, ma è solo un sospetto. Infatti, anche se il Dio in cui crediamo fosse una proiezione dell'uomo, una "essenza desiderata", questo non vorrebbe dire ancora niente circa la sua esistenza o non-esistenza nella realtà. Senza contare che il credente potrebbe, con uguale diritto, gettare, a sua volta, il sospetto sull'incredulo, in base all'osservazione di Francesco Bacone che "nessuno crede che Dio non esista quanto colui al quale piacerebbe che Dio non esistesse" [5] .

Prima che su Dio, del resto, il sospetto è portato, in questo modo, sull'uomo. È l'uomo che è dichiarato sospetto nei suoi desideri più profondi. Freud dice: "Sarebbe davvero molto bello che ci fossero un Dio come creatore dell'universo e benigna Provvidenza, un ordine morale universale e una vita ultraterrena; tuttavia è almeno molto strano che tutto ciò sia davvero così come non possiamo fare a meno di desiderare che sia" [6] . Affermazione rivelatrice di un profondo disprezzo dell'uomo. Una cosa diventa sospetta per il fatto stesso che l'uomo la concepisce e la desidera! Qui si rivela quello che H. de Lubac ha chiamato "il dramma dell'umanesimo ateo". Nato per affermare l'uomo, l'ateismo moderno ha finito per rivoltarsi proprio contro l'uomo e divenirne la negazione.

2. La nuova idolatria

La risposta da dare a coloro che dicono che Dio non esiste, ma che è una semplice proiezione dell’uomo, è che hanno ragione! Sì, Dio è davvero, come dicono essi, un prodotto della mente umana. Il problema però è sapere di quale Dio si tratta. Quello che vorrei mostrare è che quei filosofi non hanno combattuto e demolito il Dio vero, ma solo un idolo di Dio, un suo vano simulacro.A un certo punto della storia spirituale dell’occidente, al posto del “Dio del Sinai”, è subentrata una sua controfigura, o un suo sosia.        

Immaginiamo che un giorno uno squilibrato prenda a martellate la statua del David di Michelangelo che si trova all’aperto, davanti al Palazzo della Signoria a Firenze e poi si metta a gridare con aria di trionfo: “Ho distrutto il David di Michelangelo! Il David non c’è più! Il David non c’è più!”. Non sa, povero illuso, che quello era soltanto un calco, una copia per turisti frettolosi, e che il vero David di Michelangelo da tempo era stato ritirato dalla circolazione e custodito altrove, nella Galleria dell’Accademia. Qualcosa del genere succede a Nietzsche quando, per bocca di un suo personaggio, ha proclamato: “Abbiamo ucciso Dio; noi ne siamo gli assassini!” [7] .

Come e quando è avvenuta la sostituzione di cui sto parlando? Per capirlo bisogna rifarsi all’episodio del vitello d’oro raccontato nel libro dell’Esodo. In che è consistito il grande peccato del vitello d'oro che riempie di riprovazione la Bibbia, da un capo all'altro? Non certo nell'avarizia, nel fare dell'oro il proprio Dio, come talvolta si pensa, perché quella gente, all’occasione, si mostra, al contrario, straordinariamente generosa nel dar via il proprio oro. Non consiste neppure nell'abbandonare il Signore per una qualche divinità straniera, perché il vitello d'oro viene acclamato come il Dio d'Israele, colui che ha fatto uscire il popolo dall'Egitto, e la festa che viene organizzata è una festa "in onore del Signore" (cf Es 32,4 ss.).Eppure Paolo, con tutta la Bibbia, chiama questo fatto idolatria (cf 1 Cor 10,7). Perché? È idolatria perché è cambiato il rapporto tra il popolo e il suo Dio. Il popolo si fa il vitello d'oro per avere "un Dio che cammini alla sua testa" (Es 32,1). Cioè una specie di labaro o di stendardo da recare davanti a sé e riuscire così vittoriosi nello scontro contro i nemici. Sappiamo che così facevano gli eserciti nell'antichità e così, più tardi, si farà anche con l'arca dell'alleanza (cf 1 Sam 4,3 ss.).

Un Dio, insomma, portafortuna, palladio della città. Dio aveva liberato il popolo dall'Egitto "perché lo servisse nel deserto"; ma ora il popolo, anziché servire Dio, si serve di Dio. Siamo nella linea che porta diritto alla superstizione e alla magia: carpire a Dio il suo potere, per usarlo a proprio vantaggio, non per mezzo della preghiera, ma quasi di prepotenza.Questo tentativo di “addomesticare” Dio accompagna l’uomo in tutta la sua storia e si esprime in diverse forme. Una di queste forme è quella che ha portato alla crisi attuale che stiamo esaminando. Con il progredire e l’affinarsi della sensibilità religiosa è cambiato il modo, o la materia , con cui è fatto l’idolo, ma non l’abitudine di farsi gli idoli. L’uomo si fa una sua idea di Dio -cosa, fin qui, legittima e anzi necessaria-, ci lavora sopra e un po’ alla volta, insensibilmente, finisce per scambiare -cosa, quest’ultima, non più legittima, né necessaria - tale idea con la realtà. E siamo all’idolatria.

Si sa che in greco idea (eideia) e idolo (eidolon) quasi sinonimi. Possiamo immaginare questa scena. Un re acconsente a posare per farsi ritrarre da un pittore. A mano a mano che l'immagine del re si delinea sulla tela, il pittore è sempre più preso da essa, le gira intorno rapito e la contempla. Finché, terminato il lavoro, egli è così entusiasta che finisce per dimenticarsi completamente del re presente e voltargli le spalle, tutto intento com'è a illustrare agli amici le caratteristiche del ritratto da lui eseguito. Ma la cosa non finisce neppure qui. Discepoli dell'artista vengono a fare copie del ritratto, modificandolo ed adattandolo ognuno secondo il proprio stile e il proprio gusto. Altri traggono copie dalle copie...Il ritratto è ormai in ogni angolo, ma così lontano dal vero che quando il re in persona compare in città nessuno lo riconosce più.Esiste dunque una forma di idolatria religiosa che non consiste nel farsi di Dio delle rappresentazioni, o immagini, esterne, come il vitello d'oro, ma nel farsi di lui delle immagini interne, mentali e invisibili, e nello scambiare questa immagine, che è la propria idea di Dio, per il Dio vivo e vero, contentandosi di essa. “Chi si fa un’idea della natura divina in base al ragionamento della sua mente -scrive san Gregorio Nisseno- si è costruito un idolo di Dio, non ha conosciuto Dio” [8] .

3. Tu uccidi un Dio morto!

Ma vediamo come si è arrivati all'acme di quel processo di riduzione del Dio vivo alla nostra idea di Dio. Si è soliti far iniziare il processo con Cartesio. In lui si assiste a un rovesciamento: il conoscere prende il sopravvento sull'essere, la gnoseologia -per usare il linguaggio tecnico- sulla ontologia. Il punto di partenza o il fondamento di tutto non è: "Dio è", ma: "io sono". "Penso, dunque sono", non: "Dio pensa (anzi, ama) e perciò sono". Si sposta il punto di partenza e con esso il baricentro di tutto: dalla realtà al pensiero, dall'oggetto al soggetto. "L'esistenza di Dio -scrive Cartesio- si dimostra a posteriori, dal fatto che esiste in noi l'idea di lui". L'idea di Dio balza qui in primo piano e va a sedersi sul trono stesso di Dio.In questa prospettiva, Dio si riduce alla "idea innata", che abbiamo di lui, che è definita l'idea madre di tutte le altre, ma che è sempre e solo un'idea. Dio non si presenta e non si impone all'uomo anzitutto come realtà, ma come l'idea di una realtà, sia pure della suprema delle realtà.

Egli non appare come colui senza il quale non potremmo esistere, ma come colui senza del quale non potremmo pensare, essendo l'idea di Dio quella che sostiene tutte le altre. Come avviene spesso, le conseguenze non emersero subito, perché in Cartesio persiste ancora lo spirito precedente. Egli è un pensatore religioso e vuole stabilire la fede, non demolirla. Ma il processo è avviato. Basterà che qualcuno -e sarà Kant- faccia il passo successivo, affermando che da un Dio "pensato" non si dà alcun passaggio a un Dio esistente, che dall'idea di Dio non si potrà mai dedurre la sua "realtà" [9] , e apparirà evidente di quali conseguenze era gravido quel mutamento di prospettiva.

Di questo passo si arriva all'idealismo assoluto di Hegel, in cui "l'Idea è un Dio creatore che, creando, si autocrea". L'idea di Dio si pone ormai in autonomia dalla realtà: non è suscitata dalla realtà, ma la suscita, la pone. Le parti si invertono. Il Dio vivente resta fuori di questo sistema di pensiero: il sistema stesso di pensiero ne ha preso il posto. L'idea è "assolutizzata", cioè è proclamata l'Assoluto. A questo punto arriva Feuerbach e fa esplodere tutto il processo, attaccando alla radice la stessa "idea di Dio". Dio non esiste; la realtà corrispondente all'idea di Dio (per quanto c'è di realtà in essa) non è un Essere distinto, superiore, infinito, ma è l'uomo stesso. Sono gli uomini che si sono creati Dio a propria immagine. Egli porta a termine, in tal modo, il programma enunciato dal suo maestro Hegel in uno scritto giovanile: "Dopo tutti gli sforzi del passato, una conquista è stata riservata per i nostri giorni: rivendicare, almeno in linea di principio, come proprietà del genere umano i tesori trasferiti al cielo. Ma quale sarà la generazione che avrà il coraggio di far valere questo diritto, riappropriandosi di ciò che è suo?" [10] .

Feuerbach è colui che ha avuto questo "coraggio". Nessuno meglio di un credente cristiano è in grado di apprezzare la profonda verità e la pertinenza di quella operazione, tanto da sentirsi perfino grato a colui che l'ha portata a termine. Solo che essa non colpisce la fede, ma l'idolatria. Il processo della formazione della credenza in Dio che egli smaschera è esattamente il processo soggiacente all'idolatria. Feuerbach non ha messo a nudo, come credeva, "l'essenza del cristianesimo", ma l'essenza dell'idolatria, o dell'ideologia di Dio. La prova più certa che i teorici dell’ateismo moderno non hanno potuto colpire il Dio vivente è che non lo conoscevano. Conoscevano il Dio delle scuole, dei sistemi, del tale o tal altro maestro, ma non abbastanza quello della fede vissuta dei veri credenti. Conoscevano il Dio dei libri, ma il Dio vivente, più che nei libri, lo si incontra nella vita delle persone, non potendo un essere vivente essere contenuto in cose morte.Un segno chiaro che non siamo più davanti al Dio vivente della rivelazione è la scomparsa di ogni riferimento alla Trinità. Il dogma trinitario viene dichiarato "praticamente irrilevante per l'uomo" (Kant), oppure si sostituisce alla Trinità concepita, biblicamente, come comunione, una trinità concepita, filosoficamente, come divenire e come dialettica (Hegel), che è quasi il suo esatto opposto. (Non ci può essere comunione d’amore tra persone trinitarie che, succedendosi l’una all’altra in un “eterno divenire”, possono al massimo amarsi “in previsione”, non in realtà). Non sarebbe stato tanto facile ridurre Dio a un miraggio provocato dalla contemplazione della propria essenza, se si fosse partito dal Dio che è ineffabile comunione d'amore trinitario. Che bisogno avrebbe infatti l'uomo di scindersi e "triplicare" se stesso in Padre, Figlio e Spirito Santo? I padri dell’ateismo non hanno conosciuto dunque il Dio della grande tradizione della Chiesa, ma solo il Dio asettico in circolazione negli ambienti universitari.

Non sapevano nulla del Dio vivente della Rivelazione, o, se lo sapevano, grazie alla loro assidua frequentazione della Bibbia, esso è rimasto completamente fuori del loro quadro di pensiero. Parlo del Dio santo e "misterioso", quello che proclama dalla Bibbia: "I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie" (Is 55,8); il Dio che strappa dalle labbra di chi lo ha conosciuto le strazianti parole: "Tu fai fremere di spavento la mia carne", e le parole: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Sal 22, 1). Il Dio a cui un credente ebraico poté rivolgere, prima di morire, questo grido terribile, trovato scritto sulla parete di una casa data alle fiamme in uno dei tanti progrom della storia: "O Dio, tu hai fatto di tutto per farmi perdere la fede. Ma non ci sei riuscito!". Un Dio siffatto, si sarebbero resi conto anch’essi che non è l'uomo che se lo può inventare, perché è tutt'altra cosa, rispetto a quello che l'uomo, da solo, avrebbe potuto pensare di Dio.

Esso non "serve" a nulla. Lungi dall'assecondare i desideri e le velleità dell'uomo, esso lo sconcerta e "ottenebra" completamente la sua mente, anche se allo scopo di renderlo poi beato. La differenza tra Dio e questo suo surrogato è infinita. Il Dio della Bibbia non si mette a piagnucolare con l'uomo che lo vuole lasciare (come fa il Dio di Sartre, nel dramma Le mosche); non va mendicando adepti e riconoscimenti, come un qualsiasi fondatore di nuove e fasulle religioni. Non dice: "Vi prego, vi scongiuro, credete in me..."; dice piuttosto con calma e sovrana autorità in un Salmo: "Fermatevi e sappiate che io sono Dio" (Sal 46). Lo vogliate o no, lo crediate o no, io sono Dio.           

“Tu uccidi un uomo morto!”, disse al nemico che stava per finirlo un celebre condottiero ferito. A chi proclama oggi che Dio è morto e che lui stesso l’ha ucciso, o a chi aggiunge che è morto “senza neppure bisogno di processo” [11] , un credente potrebbe rispondere con altrettanta ragione: “Tu uccidi un Dio morto!”.Che un tale Dio sia morto fa piacere anche a noi e dobbiamo anzi stare attenti a non volerlo risuscitare. L'idolo è la vera negazione del Dio vivente. Nella misura perciò in cui questi uomini non hanno combattuto, in realtà, il Dio vivente, ma solo la sua larva, il loro ateismo non è negazione di Dio, ma negazione della negazione di Dio. Essi hanno, in qualche modo, spianato la strada a una riscoperta del Dio vivente. Sono nostri alleati, più che nostri nemici. La critica di Bonhöffer al cosiddetto Dio-Tappabuchi va, in fondo, nella stessa direzione ed è una critica squisitamente biblica e “mosaica”, dal momento che il Dio-Tappabuchi dei cristiani è molto vicino, negli scopi, a quello che era il vitello d’oro per gli ebrei nel deserto. Purché, tuttavia, non si tragga da tale critica l’ambigua conclusione che dobbiamo abituarci a vivere ”etsi Deus non daretur”, come se Dio non esistesse. Questo infatti né Mosè né la Bibbia si sono mai sognati di dirlo.

Ricordandoci che la fede nel Dio vivente, più che una conquista, è un dono da impetrare da Dio, chiediamola per noi e per gli altri, con la preghiera che la Chiesa eleva "per coloro che non credono in Dio", durante la liturgia del Venerdì Santo:          

"Dio onnipotente ed eterno,    
tu hai messo nel cuore degli uomini
         
una tale nostalgia di te,
         
che solo trovandoti hanno pace:
         
fa' che, al di là di ogni ostacolo,
     
tutti riconoscano i segni della tua bontà
         
e, stimolati anche dalla testimonianza della nostra vita,
         
abbiano la gioia di credere in te".


P.Raniero Cantalamessa
24 marzo

<<E, infine, naturalmente, arriva l'amore per il prossimo!>>

<<E, infine, naturalmente, arriva l'amore per il prossimo!>>


"Guarda che mi è proprio antipatico. Ha l'espressione del viso che non mi piace!" Era la voce di Laura che rimbalzava tra le mura del soggiorno di Giuliana. "Quando accade questo dovresti essere felicissima!" disse Antonio che era presente alla discussione. "felicissima? Ma se ti ho appena detto che non lo sopporto proprio, che non lo posso vedere, che mi provoca addirittura una fortissima repulsione". Le allegre compagne di Laura allietarono la seduta nel soggiorno pieno di luce con fragorose risate. Sembravano tornate adolescenti, quando da una sola parola vengono fuori fiumi di allegria che appare candida e ingenua agli occhi di chi si trovasse nei pressi ad osservare ciò che accade. Antonio continuò "Quando mi accade di provare questa emozione negativa nei riguardi di una persona, io immediatamente comincio a riflettere, su ciò che di negativo e di autobiografico c'è in quella persona, che mi provoca questa emozione negativa. In poco tempo, riesco sempre a individuare una qualche cosa, che c'è nel mio passato, che non accetto, che ho negato anche a me stesso e, che vedo in quella persona, che ha la sola colpa di ricordarmelo." Le ragazze erano attentissime, Patrizia chiese" insomma vuoi dire che nessuna persona è simpatica o antipatica. Noi la percepiamo in base a esperienze passate che abbiamo vissuto; se queste esperienze sono positive, allora percepiamo la persona come simpatica, se invece sono negative allora proviamo avversione per questa persona." Antonio volle però precisare: "Le esperienze a cui ti riferisci sono quelle che abbiamo di noi stessi. Ci sono cose che abbiamo fatto e che sono sottoposte al nostro stesso giudizio. Quel giudizio su noi stessi condiziona il nostro atteggiamento con le altre persone. Insomma ci sono cose che abbiamo fatto, di cui ci vergogniamo. Tali cose se percepite in un altro o altra persona, provocano immediatamente il ricordo di quella vergogna, ed è per questo che siamo così feroci nei riguardi di queste persone.". Dopo questa affermazione all'interno del soggiorno si innescò tutta una serie di interventi e un vocio disordinato caratterizzò la mezz'ora che seguì questo scambio di parole tra Antonio e le allegre compagne di Giuliana. "Allora non esistono persone antipatiche o simpatiche, esistono cose che abbiamo compiuto e di cui noi ci vergogniamo, che quando le vediamo negli altri ci provocano fortissima avversione. Tale avversione però è nei nostri stessi confronti." Disse Giuliana e, dopo un po' intervenne Patrizia: "Quindi se noi accettiamo completamente quanto abbiamo fatto nella vita, sapendo che l' abbiamo fatto perché eravamo in una condizione e in uno stato di consapevolezza che poteva produrre solo quello, noi non proveremo avversione per nessuna persona".  Antonio intervenne per dire "Infatti il comandamento dice che amerai il prossimo tuo come te stesso, ma se tu odi te stesso, se tu giudichi male te stesso, se sei distrutto dai sensi di colpa che amore vuoi provare per il tuo prossimo?"
Le ragazze tacquero, il soggiorno pian pianino entrava in una fase della giornata che lo rendeva ancora più accogliente. La luce soffusa del tramonto dava alla stanza un'aria da giardino d'inverno che la rendeva soffice e ovattata.
Potevano amare. Adesso sapevano che dovevano partire da loro stesse. Prima da Dio che ci ama, da cui consegue che anche noi stessi possiamo amarci visto che Dio lo fa, e infine naturalmente arriva l'amore per il prossimo!
antonio


17 marzo

<<Noi saremo nei pressi DEI SEMAFORI DELL'INFERNO A LAVARE VETRI AI DIAVOLI!>>

 
 
 
 
 
<<Noi saremo nei pressi DEI SEMAFORI DELL'INFERNO A LAVARE VETRI AI DIAVOLI!>>

" Ma smettila con questo buonismo che usi per mettere a posto la coscienza! Poveri immigrati! Poveri Nigeriani! Poveri Albanesi! Ma quali poveri? Sono persone inferiori! Razze che non sono state capaci di evolversi e che adesso, come parassiti, vengono a derubarci di tutto ciò che abbiamo ottenuto con il sudore della nostra fronte!" Non c'era nulla da fare Andrea non sopportava proprio la presenza degli immigrati. La circostanza che alcuni immigrati avessero fatto rapine a negozi l'aveva indisposto ancora di più " Bisogna prenderli, metterli in una nave e portarli da dove sono venuti! Stanno distruggendo la nostra serenità, stanno mettendo a rischio il nostro modo di vivere! Ci stanno ammazzando uno ad uno! Bisogna REAGIRE! Bisogna acciuffarli uno ad uno, e rispedirli nei loro paesi." Tu che mi leggi, si! Dico proprio a te! Andrea dice che bisogna liberarsi degli immigrati. E tu? Tu che sei iscritto a una ML CATTOLICA, che ne pensi? Li hai visti gli immigrati nel centro storico della tua città? Li hai visti in quelle vecchie Mercedes sovraccariche di mercanzia da vendere? Hanno un colore di pelle diverso dal tuo. Sono di religione diversa dalla tua! Che bisogna fare? Che cosa fai?
Noi ricchi, viviamo con queste persone che stranamente sembrano invisibili. Stanno vicino ai semafori e noi non le vediamo, stanno dietro alle bancarelle o ai lenzuoli stesi per terra con DVD o borse e cinte false di ARMANI e noi non li vediamo, non ci chiediamo come vivono, se hanno bisogno di qualcosa.
Pensaci. Magari, dopo morti, gli immigrati saranno in splendide case, avranno due o tre automobili per famiglia, mentre noi saremo nei pressi DEI SEMAFORI DELL'INFERNO A LAVARE VETRI AI DIAVOLI!
antonio


"Chi dona al povero fa un prestito a Dio" (Pro.19,17)

"Una cosa Gesù mi chiede: che mi appoggi a lui; che in lui e solo in lui io ponga la mia completa fiducia; che mi abbandoni a lui senza riserve. Anche quando tutto va male e mi sento come una nave senza bussola, mi devo dare completamente a lui." (Madre Teresa di Calcutta)


"Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il povero! Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi trascinano davanti ai tribunali? Non sono essi che bestemmiano il bel nome che è stato invocato sopra di voi?... Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio" Giacomo(2,5-7.12-13).

"La nostra fede è simile a un grembo reso fecondo dalla potenza della Parola di Dio che a sua volta partecipa della potenza di Dio non appena questa Parola è accolta in un abbandono totale." (André Louf)

"L'unico senso della vita è di essere un tempo in cui fare esperienza della nostra capacità di essere fratelli. Per essere caritatevoli, non basta dare, occorre essere stati feriti dalla ferita degli altri." (Abbé Pierre)


<<E' la logica della gloria del mondo>>

<<E' la logica della gloria del mondo>>

"Ma lo vuoi capire o no che mi hanno preso di mira?" E' Angelo che si lamenta con Roberto della solita storia che si verifica. "Capisci che dopo aver tentato di ottenere il loro oggetto del desiderio che è la conquista di posti di comando, dopo aver accumulato un numero indefinito di frustrazioni per la resistenza operata da chi occupa adesso quei posti, tutta la violenza che è compressa come in una pentola a pressione ha bisogno di trovare una via d'uscita per placare tutti, io oggi sono la vittima designata, il capro espiatorio, per placare la violenza derivata dalla frustrazione di ognuno di loro per non aver ottenuto i posti di comando". Angelo aveva detto tutto di getto, era il rappresentante sindacale da almeno quattro anni, le istanze degli iscritti non avevano trovato accoglimento e adesso tutti gli si erano rivoltati contro, avevano stabilito che la causa di tutto, il colpevole, era lui. "Il problema è che non se ne rendono conto e vanno avanti in questa logica guidati da chi la governa, e naturalmente è la logica della gloria del mondo che sta nel possedere, asservire e dare la morte agli altri." Roberto osservava Angelo senza capire bene "Ma cosa dovrebbero fare scusa? Se non possedere e asservire?" Angelo la butta li sapendo che sarebbe stato incomprensibile per Roberto " E' la Gloria proposta da Gesù che sta nel consegnarsi, servire e dare la vita. Io sto bene perché non desidero posti di comando, anche questo di rappresentante lo vivo come un servizio, come un ruolo dal quale in qualunque istante posso essere sollevato!" Ma Roberto abbastanza scocciato disse " Io ti ho aiutato per tutto il tuo mandato, spetta a me prendere il tuo posto, lo devi dire a tutti gli altri e giacché non  ti vogliono più, devi fare in modo che io ti sostituisca!" Angelo gli rispose "Roberto non spetta a me stabilire chi mi sostituirà ma all'assemblea degli iscritti che voterà liberamente e deciderà chi dovrà ricoprire l'incarico di rappresentante!". Questo bisogno di gloria, questo bisogno di apparire, esiste in ciascuno di noi. Il nostro io resta sempre, più o meno occupato dal desiderio di dominare. Alla fine non sappiamo che "ingabbiarci", prigionieri del nostro ego.
Tu che mi stai leggendo rifletti su questo: quante volte hai avuto un desiderio inappagato? Che cosa è accaduto dentro di te? Hai provato frustrazione? Hai individuato il momento preciso in cui hai avuto quel desiderio? C'è stata violenza derivata da questa mancanza di appagamento del desiderio? Angelo continuava a riflettere su quello che era accaduto anche dopo che Roberto, deluso, se ne era andato. "Non sanno quello che fanno! Non sanno perché lo fanno! Non sanno nemmeno che non desiderano di loro spontanea volontà ma che c'è qualcuno che gli indica cosa desiderare per avere la felicità. Guardano le persone che stanno nei posti di comando come IDOLI da imitare e, appena non riescono ad imitarli, si scatenano in una violenza che, se non è possibile mettere in atto contro questo loro IDOLO, per paura delle conseguenze, spinti dal principe delle tenebre, la mettono in atto contro un CAPRO ESPIATORIO che non mette in forse i loro INUTILI EQUILIBRI! E' un inganno, un'illusione, UNO SPORCO TRUCCO!" Angelo se ne stava li, con la testa fra le mani e riflettere e alla fine pregò "Aiutami Signore a trovare le parole giuste per rivelare questo trucco a tutti quelli che conosco! Aiutami Signore a svelare LA VIA, LA VITA,LA VERITA' CHE POI SEI TU!"
antonio


La gloria di Dio
Essere deriso e abbandonato, soffrire molto in vita, nulla avere, potere ed essere: è questa la mia gloria.(Angelus Silesius)


"Servire Dio nel povero: questo è regnare."(S. Elisabetta d'Ungheria)


"Soltanto nella dedizione al crocifisso, soltanto dopo che avrà battuto l'intera via crucis accanto a lui, l'anima diventa una sola cosa con Cristo giungendo a vivere della sua vita."(Edith Stein)

15 marzo

Una piramide rovesciata

 
 
 
 
 
 
 
 
<<Una Piramide rovesciata>>


“E’ inutile! Lui è lui! Dice cose che noi nemmeno riusciamo a intuire, mette insieme persone che non andrebbero insieme nemmeno per prendere un caffè! Lui è lui!” Giuseppe diceva queste parole rivolto ai catechisti che, con il metodo della correzione fraterna, avrebbero tratto le conclusioni e dato i suggerimenti. Adesso era il turno di Antonio “Io ho subito ogni genere di giudizio sul mio operato. Elena ebbe modo di apostrofarmi con epiteti degni dei peggiori, inoltre mi attribuiva responsabilità di malintesi e di discordie che, a suo dire, sarebbero sorte a causa mia. Ma tutto questo non è pericoloso per la crescita spirituale. Elena mi percepiva in quel modo, sicuramente proiettava su di me sue esperienze passate, inoltre essendo le sue parole offensive e piene di ira e  violenza non avevano assolutamente l’effetto della lusinga. Ma ciò che invece mi risulta pericoloso, perché insidioso e lusinghiero è il discorso di Giuseppe che mi tenta in maniera formidabile poiché mi spinge a mettere al centro di tutto il mio “io” al posto di Dio. Ora è del tutto evidente che tale pericolo è strettamente legato alla sofferenza conseguente. Infatti poiché “io” non sono “Dio” ciò che attribuisco al mio “io” è falso, irreale e per essere sostenuto ha bisogno di ogni sorta di violenza da esercitare e anche da subire. Violenza da esercitare sugli altri fratelli che la agognano poiché fonte di invidia, per difendere la falsa posizione di divinità autoattribuita o attribuita dalla piaggeria di chi accarezza la mia vanità. Violenza da subire dagli altri fratelli poiché invidiando la posizione di “prestigio” acquisita da me la agognano per se stessi, inoltre sbagliando, imputano il loro mancato raggiungimento della posizione di prestigio al fatto che la occupo io e, per questo, iniziano una violenta lotta, che è stata definita “RIVALITA’ MIMETICA”. Tale lotta porta a violenze che, ciclicamente, vengono placate attraverso l’uccisione, simbolica o reale, di una vittima che viene definita “CAPRO ESPIATORIO”. I catechisti erano attentissimi, non c’era solo la fede in quelle parole, si badi che la fede è necessaria, anzi, indispensabile, c’era anche la dimostrazione della pericolosità di mettere al centro l’”io” al posto di DIO.
Tu che mi stai leggendo e che guardi con bramosia chi è seduto ai primi posti nei teatri, chi occupa posti di potere ed è messo in prima fila nelle manifestazioni, HAI MAI PENSATO A QUELLO CHE PROVI QUANDO GUARDI QUESTE GERARCHIE DEL MONDO? Pensaci….. Poi metti al centro Dio, pensa che nessuno di noi uomini è MAESTRO, PADRE, o altro, pensa al fatto che TUTTI ACCETTIAMO DI ESSERE SOTTOMESSI A DIO, IMMAGINA LE CONSEGUENZE DI QUANTO PROPOSTO DA GESU’.
TUTTO E’ UNA PIRAMIDE ROVESCIATA.
antonio



“Spesso succede che il nostro Signore, al quale diamo del tu, è predicato da signori ai quali diamo del lei.[.......]La Chiesa di Cristo è una comunità di uguali, una fraternità che ha come criterio di discernimento il servizio. In essa esiste una diversità di ruoli e di responsabilità, che però devono essere svolti come servizio. Questo stile ha come modello Gesù stesso, il quale è venuto per servire (cfr Mt 20,26).”(Padre Lino Pedron)

"Il sacrificio che è esigito da un'opera buona non è nulla davanti al vantaggio che essa ci dà, mentre il vantaggio che una trasgressione ci offre è un nulla davanti al sacrificio che essa comporta." (Detti dei Padri)

"Chi è innamorato di Dio non pretende né guadagno né premio, ma desidera solo perdere se stesso e ogni cosa per amore di lui, riponendo in ciò il suo vantaggio." (San Giovanni della Croce)






13 marzo

Quando una cosa non funziona . FAI IL CONTRARIO!

 
 
 
 
 
<<Quando una cosa non funziona: FAI IL CONTRARIO!>>


“Che cosa ho generato?” Giuseppe era sulla sua poltrona dove faceva di solito il pisolino pomeridiano e rifletteva sulla sua situazione. Era anziano aveva 80 anni, la moglie malata di una grave forma di attacco di panico mista a depressione, in casa una badante che li aiutava e lui che stava male.
“Le tue sorelle non si sono fatte né vedere né sentire!” aveva detto al figlio Giulio, questi aveva ascoltato con attenzione e gli aveva risposto: “Papà ho tentato di fare capire in tutti i modi possibili che c’è il tuo desiderio che loro passassero i pomeriggi con la mamma. Ho anche parlato in presenza dei mariti e, loro due, mi hanno fatto presente che non dovevo essere io a dirgli come dovevano starvi vicine. Ho notato che i mariti delle mie sorelle si atteggiano ad avvocati difensori. Questo significa che ciò che io sostengo, ovvero che sarebbe opportuno che loro passassero i pomeriggi con la mamma, è per loro una forzatura e la vivono come una violenza. Per questo motivo, anche per non rovinare i rapporti, ti prego di non lamentarti delle mie sorelle con me. Se vuoi proprio farlo dillo direttamente a loro due.” La reazione di Giuseppe fu violenta. “Vattene da casa mia! Io non voglio che tu venga!” e a quel punto si produsse al massimo in offese con una violenza senza limiti nei confronti di suo figlio Giulio.
I giorni successivi vedevano Giulio che andava a prendere la madre e suo padre Giuseppe che cercava ogni occasione per mettere in atto una violenza verbale senza limiti, di una forza inaudita con l’uso di parole offensive di ogni specie.
Giulio era molto amareggiato. Era stato vicino ai suoi genitori per tutto questo anno che aveva visto la madre sofferente. Aveva cercato di aiutare il padre. Ma suo padre voleva le sue due figlie. Lui le voleva sentire vicine.
Le due poverette, certamente traumatizzate vivevano il dramma che le vedeva distanti dai loro genitori, che le faceva sentire in affanno quando dovevano fare delle visite o addirittura in preda alla mancanza di sopportazione quando erano in presenza della madre depressa e in preda agli attacchi di panico.
Giulio dispiaceva in pratica a tutti. Dispiaceva a suo padre perché attribuiva alla sua presenza assidua, l’assenza delle sue due figlie. Dispiaceva alle sorelle perché le metteva di fronte a ciò che avrebbero potuto fare e che invece, per traumi vissuti e conseguenti aspetti emotivi non dominabili, non facevano.
Giulio era stato presente ogni giorno, a casa di sua madre, si era preso cura di farle frequentare la sorella, aveva fatto in modo di portarla a messa, cercava di farla uscire il più possibile per metterla in contatto con la REALTA’. L’albero era bello, ma i frutti erano avvelenati. Come la pianta di BELLADONNA!
Quando una cosa non funziona: FAI IL CONTRARIO!
Gli è venuta in mente questa regola e si apprestava ad applicarla. Avrebbe passato una settimana non andando dai suoi genitori. L’avrebbe fatto per amore. Aveva perdonato il padre per le bruttissime parole e per i modi villani e rozzi con cui l’aveva trattato, aveva perdonato le sorelle che si erano fatte scudo dei mariti per sfuggire ai ragionamenti di Giulio.
Li amava più di prima. Avrebbe pregato per loro.
Una coppa ricolma di latte e miele apparve davanti agli occhi di Giulio, ne bevve a sazietà ebbro di INFINITO AMORE,VERITA, VIA, VITA CHE POI E’GESU’.
antonio


Ma cos'è propriamente la misericordia? In ebraico è "rahamin", che indica l'utero materno; in greco è "splànchna", che significa viscere. Misericordia è avere quel fratello o quella sorella nelle proprie viscere, concepirlo come una madre nel proprio utero. Come dice San Paolo, misericordia è piangere con chi piange e ridere con chi ride, o ancora, è avere gli stessi sentimenti gli uni degli altri: è cioè sentire l'altro, sentire la sua gioia, la sua sofferenza come la mia, perché lo porto dentro di me, nelle mie viscere, e lo percepisco come la mia stessa carne. Compatire significa appunto essere in sintonia profonda con quella persona, sentire l'altro come fosse me stesso. (misericordia, alla lettera, significa "avere a cuore i miseri")

Dio è amore folle ("manikòs èros") per l'uomo. (Cabasilas)

Il desiderio dell'uomo è "diventare come Dio" (Gen 3,5). Ora, dopo la rivelazione del vero volto di Dio in Gesù, è possibile capire la via per diventare Dio. L'essenza di Dio è la misericordia: "Poiché, quale è la sua grandezza, tale è la sua misericordia" (Sir 2,18).( Padre Lino Pedron)

"Per la sua misteriosa divinità Dio è Padre. Ma la tenerezza (sympathés) che ha per noi lo fa diventare madre. Amando, il Padre diventa femminile" (Quis dives salvetur, 37,2)"(san Clemente di Alessandria)

E Gesù presenta ai discepoli di ogni tempo un ideale che è alto come il cielo: "siate misericordiosi, com'è misericordioso il Padre vostro". Non è un'esortazione morale; è uno stile di vita. Da questo dipende la nostra stessa salvezza. (Mons. Vincenzo Paglia)

Sí, amici, la perfezione di Dio è nella sua tenerezza, nel suo modo di essere tutta luce, tutta pienezza, tutta dolcezza. (Don Paolo Curtaz)

"Come uno che vorrebbe mietere avendo seminato nel mare, è colui che prega tenendo chiuso il cuore alla misericordia."(Isacco di Ninive)

"Che cos'è un cuore misericordioso? E' un cuore che brucia per l'intera creazione; per gli uomini, per gli animali, e demoni e ogni creatura."(Isacco di Ninive)