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29 maggio

Infame calunnia via Internet

Ai danni della Chiesa e di Ratzinger

Infame calunnia via Internet

Andrea Galli

Ognuno, evidentemente, si consola come vuole. O, meglio, come può. Così stupisce solo in parte che dinanzi alla vitalità cattolica documentata sabato scorso in Piazza San Giovanni, ci sia chi trovi benefico sfogo a rovistare nel bidone della spazzatura alla ricerca di qualche lisca di pesce o di qualche uovo in decomposizione. Confidando magari che qualche organo di informazione, più o meno clandestino, non faccia troppo lo schizzinoso, e rilanci generosamente il tutto, offrendo al proprio pubblico come sicuro il cibo ampiamente avariato.
Ci riferiamo ad un documentario su preti cattolici e abusi sessuali che, mandato in onda dalla Bbc nel 2006, viene oggi sottotitolato in italiano da Bispensiero, sito di amici siciliani di Beppe Grillo, e caricato su Video Google, dove pare abbia un certo successo. A proposito di bocche buone. Si tratta di un pot-pourri di affermazioni e pseudo-testimonianze che furono apertamente sconfessate a suo tempo dalla Conferenza episcopale inglese, la quale invitò l'augusta Bbc a "vergognarsi per lo standard giornalistico usato nell'attaccare senza motivo Benedetto XVI".
Il pezzo forte del servizio infatti consisteva (e ancora consiste) nell'accusa rivolta a Joseph Ratzinger di essere stato niente meno che il responsabile massimo della copertura di crimini pedofili commessi da sacerdoti in varie parti del globo, in quanto "garante" per 20 anni - da quando fu nominato prefetto vaticano - del testo Crimen sollicitationis, che è un'istruzione emanata in realtà dal Sant'Uffizio il 16 marzo 1962. Da notare la data: nel 1962 infatti Joseph Ratzinger non era certo prefetto della futura Congregazione per la dottrina della fede, essendo in quel tempo ancora teologo molto impegnato nella sua Germania.
C'è da dire che quel documento veniva presentato dalla Bbc come un marchingegno furbesco, escogitato dal Vaticano per coprire reati di pedofilia, quando invece si trattava di un'impor tante istruzione atta ad «istruire» i casi canonici e portare alla riduzione allo stato laicale i presbiteri coinvolti in nefandezze pedofile. In particolare, trattava delle violazioni del sacramento della confessione. Da notare che l'Istruzione richiedeva il segreto del procedimento canonico per permettere ad eventuali testimoni di farsi avanti liberamente, sapendo che le loro deposizioni sarebbero state confidenziali e non esposte a pubblicità. E di conseguenza anche la parte accusata non vedesse infamato il proprio nome prima della sentenza definitiva.
Insomma, un insieme di norme rigorose, che nulla aveva a che fare con la volontà di insabbiare potenziali scandali. E che il testo Crimen Sollicitationis non fosse pensato per tale fine lo dimostrava un paragrafo, il quindicesimo, che obbligava chiunque fosse a conoscenza di un uso del confessionale per abusi sessuali a denunciare il tutto, pena la scomunica. Misura che semmai dà l'idea della serietà del documento e di coloro che lo formularono, se si pensa che in base alla legge italiana il privato cittadino (tale è anche il vescovo e chi è investito di autorità ecclesiastica) è tenuto a denunciare solo i crimini contro l'autorità dello Stato, per i quali infatti è prevista la pena dell'ergastolo.
Senza contare che Joseph Ratzinger, più tardi diventato sì prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, avrebbe firmato - ma siamo nel maggio 2001 - una Lettera ai Vescovi e altri Ordinari e Gerarchi della Chiesa Cattolica, pubblicata anche negli Acta Apostolicae Sedis, dove si prevede espressamente che "il delitto contro il sesto precetto del Decalogo, commesso da un chierico contro un minore di diciotto anni", sia di competenza diretta della Congregazione stessa. Segno, per chi abbia un minimo di buon senso giuridico, della volontà romana non certo di occultare, ma di dare piuttosto il massimo rilievo a certi reati, riservandone il giudizio non a realtà "locali", potenzia lmente condizionabili, ma ad uno dei massimi organi della Santa Sede.
Questa, e non altra, è stata la posizione della Chiesa cattolica sui reati ad essa interni di pedofilia. Questa, e non altra, la limpida testimonianza del nostro Papa che in tempi non sospetti si scagliò contro la sporcizia nella Chiesa.
I calunniatori dovrebbero chinare il capo e chiedere scusa.

FONTE

18 maggio

Il complesso dell'ostrica e L'uomo razionale

L'uomo razionale 

Dio fece la creatura razionale affinchè conoscesse il Sommo Bene,

conoscendolo lo amasse; amandolo lo possedesse ; possedendolo ne gioisse.

S.Agostino

 

 

Il complesso dell'ostrica

ovvero

la metafora della resistenza al cambiamento

 

Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze. Alle lusinghe gratificanti del passato.
Ci piace la tana. Ci attira l'intimità del nido. Ci terrorizza l'idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele
di avventurarci in mare aperto. Se non la palude ci piace lo stagno.
Di qui la ripetizione per la ripetitività, l'atrofia per l'avventura, il calo di fantasia.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci
Don Tonino Bello

 

 
 
 
 

Relativismo

 

 

 
Tema
 
 
“Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura il proprio io e le sue voglie”.
Il 18 aprile del 2005 l’allora ancora cardinale Joseph Ratzinger nella messa pro eligendo pontefice aveva denunciato una grande realtà, quella del relativismo. E che se ne parli o meno il relativismo oggi giorno è diventata una gran bella moda. Si è infatti andata a riprendere la vecchia idea protagonista che “l’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono e di quelle che non sono per ciò che non sono” per riadattarla ed usarla a proprio piacimento, trasformandola in una teoria della libertà individualistica ovvero “faccio ciò che più ritengo giusto per me”. Non lasciamoci ingannare! Infatti non è una pura scelta non è una pura scelta stilistica in modo che tutti ci si possano rispecchiare ma egoistica, non è un “per me” riferito alla società ma alla propria e singola persona senza considerare ciò che gli sta intorno partendo dalla natura per finire agli esseri umani. Il relativismo moderno quindi è doppiamente subdolo in quanto egoistico ed ipocrita al tempo stesso. E’ ipocrita perché si nasconde dietro affermazioni che ad una prima occhiata superficiale possono sembrare giuste e leali ma che dopo una minuziosa lettura e dopo aver cancellato tutte quelle belle parole di cui si ricopre, si arriva alla pura verità: un’ideologia basata sul proprio io senza rispetto degli altri. Ed è proprio in questa realtà che fa male la figura di Gesù, un povero “Cristo” che si è sacrificato per il bene dell’umanità portando come valori basilari il bene e il rispetto per gli altri, l’esatto contrario dei valori relativistici. Come affrontare allora questo nuovo scoglio? Come difendersi da questo continuo bombardamento di domande? L’agnosticismo è ciò che di più immediato sembra rispondere a questa improvvisa valanga “di però e di ma” che si imperversa a distruggere tutto ciò affermato ipocritamente. Infatti colui che sta meglio sta sempre nel mezzo e quindi perché non stare anche questa volta al centro? E’ tanto bello non prendere decisioni fare come Ponzio Pilato non essere né atei e né religiosi. Anzi a volte addirittura si dice di essere credenti per non essere accusati di superficialità. Ma attenzione, e questo è il terzo e ultimo avvertimento, la verità prima o poi bussa alla porta e con un soffio sfalderà tutti questi castelli di carte e non sarà opera del caso ma la verità è la nostra coscienza, è il bisogno di valori fondamentali che ci proteggono quando la parte del più forte non la recitiamo più noi bensì ci viene affidata quella del più debole e allora si che avremmo bisogno di valori seri e comunitari dove ciò che conta non sono più io ma gli altri e tutto cambierà. Si crederà di più nei valori della vita, dell’amore, dell’amicizia, dell’onestà e di tutti gli altri che hanno alla base la fratellanza. E sarà proprio in questi momenti che ci vorremmo aggrappare a delle solide fondamenta che prima avevamo sempre voluto ignorare. Vorremmo trovare dei punti fissi in questo caos universale dove anche le stelle in perenne movimento a volte ci appaiono fisse.
 
Barbara  IIIC
17 maggio

...parliamo di ansietà . di angoscia

(www.cantalleluia.net )
 
… parliamo di ansieta’, di angoscia.


Si tratta di uno stato penoso dell’animo, un vivo dolore, così diffuso in questo tempo cosi’ carico di problemi di ogni genere, caratterizzato dall’attesa di un pericolo indeterminato, grave e minaccioso, contro il quale ci si trova in condizioni di totale impotenza a sottrarvisi.
E’ una reazione emotiva che insorge come conseguenza della percezione di un pericolo esterno come pure proveniente dal nostro mondo interiore.
Nel comportamento dell’individuo l’ansieta’ si manifesta non solo con paura, inquietudine, continuo senso di disagio, ma anche con indecisione.
 L’ansioso intravede pericoli in ogni situazione ed e’ incapace di prendere una decisione: quando ne prendera’ una, lo fara’ in modo impulsivo e maldestro. In tal senso l’ansioso si puo’ considerare l’opposto dell’uomo di azione.
Dobbiamo ora riconoscere che nessuno e’ completamente esente dal fare esperienza di uno stato di intensa preoccupazione, dal momento che di tratta di una caratteristica della condizione umana ed e’ propria dell’essere che non e’ ancora perfetto. Ma e’ assolutamente necessario individuarne un possibile superamento attraverso una graduale, progressiva, continua liberazione.
Che cosa ci suggerisce l’esperienza cristiana?
Sono ben note le voci dell’angoscia in alcuni grandi testimoni della fede: San Paolo e Sant’Agostino.
San Paolo ci offre le piu’ impressionanti forme di inquietudine: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio…. Sappiamo bene che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi…; essa non e’ la sola ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm 8, 19-23).
Di Sant’Agostino ricordiamo il grido di angoscia e di preghiera: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore e’ inquieto finche’ non riposa in Te!”.
Entro certi limiti l’ansieta’ e’ una tensione cosciente dello spirito travagliato dal limite che penetra dentro l’essere stesso e dal desiderio di una liberazione, di un superamento: e’ un risveglio dell’anelito alla liberta’, cioe’ alla salvezza.
Il credente ha un’obiettivo vitale da raggiungere, conosce la verita’, ma non per questo puo’ gia’ sperimentare l’impassibilita’.
La fede e’ una certezza che lascia intatto il dramma dell’incertezza: la fragilita’ umana non ci permette di essere certi che non peccheremo, di evitare che la tentazione dell’egoismo possa in qualunque momento sopraffare generosita’ e amore, che una particolare sofferenza ci raggiunga inaspettata e improvvisa….
Tutti dobbiamo faticare, proprio nell’impegno costante per la realizzazione della propria personale liberta’, ma sempre c’e’ il pericolo del fallimento, come nello stesso tempo sperimentiamo una inquietudine non disgiunta dalla speranza.
A questo punto possiamo affermare che proprio la fede e la speranza portano, nonostante questo stato ansioso esistenziale, a riconoscere la Presenza al nostro fianco di un Dio Misericordioso che si prende cura di ciascuno dei suoi figli.
Cosi’ l’angoscia che inevitabilmente sperimentiamo non e’ assolutamente collegata alla disperazione di scelte che vengono constatate come inutili e demolitrici. E’ qui che si fa strada la fiducia dinamica e coraggiosa.
Il compito della fede e’ quello di “evidenziare una Presenza” che ci permette di placare la pena del continuo errare all’interno della nostra interiorità, perche’ anche se non siamo ancora stabilmente immersi nella Luce che ci attrae irresistibilmente, tuttavia cogliamo sufficienti manifestazioni di essa come un aiuto provvidenziale “dall’alto” per il compimento del nostro cammino verso la Vita.
Non dobbiamo pertanto illuderci di poter eliminare completamente manifestazioni di angoscia, ansieta’, ma nello stesso tempo possiamo darci da fare perche’ non diventino una condizione stabile, che sarebbe una vera e propria malattia psicofisica.
Momenti passeggeri invece, collegati a esperienze particolarmente dolorose, rientrano nella normalita’ della nostra fragile e precaria condizione umana.
“Gesu’, presi con se Pietro e i due figli di Zebedeo, comincio’ a provare tristezza e angoscia. Disse loro: La mia anima e’ triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”.  (Mt 26, 37-38)
Questo ha provato Gesu’ nell’orto degli ulivi, al Getzemani, nel momento immediatamente precedente la sua passione.
E sappiamo che Gesu’ ha condiviso pienamente la debolezza della nostra condizione umana, soffrendo da vero uomo.
Dobbiamo dunque preoccuparci davvero solo quando sperimentiamo “con continuita’ ” uno stato di depressione morale, per cui tutto appare privo di interesse, e che porta abitualmente la mente a fissarsi in cose tristi: in questi casi e’ assolutamente necessaria una cura medica.
Ma, in ogni caso, dobbiamo reagire, per quanto possiamo, facendo leva sulle nostre risorse “interiori”, per far fronte ai colpi della vita: l’ereditarieta’, l’ambiente, la scomparsa di una persona cara, una delusione affettiva, un dissesto economico, un insuccesso nel lavoro, una sconfitta nello sforzo morale, e ora anche la guerra.
Proprio quando siamo sotto pressione abbiamo bisogno di parole di speranza che risveglino in noi il gusto della vita nonostante tutto; per il credente la preghiera, la pratica dell’umilta’, che ci fa constatare con sincerita’ la nostra debolezza e aiuta a sopportare noi stessi, apertura e confidenza con il confessore, tutto questo rafforza la virtu’ teologale dalla speranza e ci ricorda che “…le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che ci attende”. (Rm 8,4)
Questo e’ il mondo della speranza cristiana, che infonde gioia fiduciosa anche nel dolore di una esistenza incupita da drammatiche vicende, e che da’ forza per resistere alle sue estreme conseguenze.
Abbiamo assolutamente bisogno di riscoprire la solidarieta’:
alla partecipazione delle sofferenze altrui Dio annette un premio particolare: un profondo radicale rinnovamento si operera’ nell’anima dell’uomo misericordioso.
 “Se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi e’ digiuno, allora brillera’ tra le tenebre la tua luce, la tua oscurita’ sara’ come il meriggio. Ti guidera’ sempre il Signore, ti saziera’ in terreni aridi, rinvigorira’ le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono” (Is 58, 10-11)
A sua volta Gesu’, per farci intendere quanto gli stiano a cuore le opere di misericordia verso tutti coloro che sono in difficolta’, non ha dubitato di identificarsi con essi. “Tutte le volte che avremo curato una piaga, avremo asciugato una lacrima, avremo curato, consolato Lui stesso”. (cf. Mt 25, 35-40)
 
                          “Solo la speranza che avvolge la fede puo’ permettere
                     alla specie umana di superare lo scoglio della nostra civilta’.
             E’ arrivato il momento in cui l’umanita’ dovra’, se vuole sopravvivere, scegliere:
                              il mistero o l’assurdo; l’essere o il nulla.
                            Io ho scelto l’essere e la speranza invincibile.
                          La speranza cristiana e’ l’attesa della beatitudine,
                      la fede nella parola di Cristo: Dio e Amore ! (Jean Guitton)